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Convegno 29 Novembre

Un commento a Il cibo e l’inconscio. Psicoanalisi e disturbi alimentari. , Domenico Cosenza, Franco Angeli, Milano, 2018
E’ questa la verità più profonda che appare al cuore dei disturbi alimentari : il rapporto col cibo nell’umano è strutturalmente disturbato e alienato dal ciclo istintuale La psicanalisi ci ricorda Cosenza, non può e non vuole cancellare questo rapporto disturbato, a differenza di altre discipline, non ultime quelle che operano nel campo psichico(vedi le terapie cognitivo-comportamentali), ma portare il soggetto a riconoscerne l’incurabilità strutturale e, però, a farne qualcosa..
Se vogliamo avvicinare la questione, a partire dal sintomo anoressico o bulimico, non possiamo dunque abbordarlo sul versante di una supposta devianza da una norma ideale (sul modello medico), ma come radicalizzazione di una questiona che è specifica e inerente alla natura umana.
In definitiva il rapporto col cibo, che, nel discorso corrente è considerato una processo istintuale, qui si rivela un rapporto che non va mai da sé, non è naturale che miticamente. E’ ciò che ha sottolineato Claude Levi-Strauss, il fondatore dell’antropologia strutturale, che ci ha fatto vedere come il cibo sia da subito per l’umano, istallato nel campo della cultura, incardinato nel rapporto con l’Altro simbolico che impone le leggi non scritte umanizzatrici della Convivialità. Quest’ultime da una parte creano il piacere della buona tavola, il godimento del menu, ma dall’altra, includendo il cibo in un discorso sociale, impongono la rinuncia ad un godimento più originario, simbiotico e cannibalico, strappandolo ad una “ferinità divorante” ed imbrigliandone la compulsività orale. Il rapporto col cibo implica sempre il rapporto con l’Altro. Cosenza ci ricorda la famosa frase di Apollinaire: “Chi mangia non è mai solo”.
Convivialità e trasgressione
Le leggi della convivialità sono alla fine e da sempre, le leggi che incarnano l’azione simbolica e distanziatrice del Padre come Nome, il Padre al di là del padre in carne e ossa, che si trova di volta in volta ad occuparne il posto. Il Padre che lega la legge al desiderio, strappando il bambino dal corpo a corpo divorante con la madre. Sono queste leggi a cui l’anoressica si rifiuta di sottostare. L’anoressica si pone sempre fuori del discorso sociale, rifiuta sistematicamente la convivialità, si da a pratiche di una clandestinità sregolata e solitaria.
Ecco dunque come i Disturbi Alimentari illuminano la questione, radicalizzandola; essi portano alla luce la crisi della convivialità, introdotta dal discorso del capitalismo avanzato che parcellizza tempi e luoghi della convivialità. Il cibo è esso stesso parcellizzato, serializzato, come ci sottolinea Domenico Cosenza, esso genera una spinta a un consumo solitario e “desoggettivato”, a un riciclo continuo del godimento, che tende a denegare la perdita. In questo modo si riduce l’efficacia simbolica di quella che, con Freud, possiamo chiamare la legge edipica, che fonda l‘attività vitale del desiderio sulla rinuncia al soddisfacimento immediato.(Ricordo che per l’Edipo freudiano, l’interdizione della madre è la condizione necessaria parchè vi sia un oggetto perduto, causa di desiderio).
L’anoressica da una parte è trasgressiva e in controtendenza rispetto ai valori del post-moderno, al rifiuto della legge del desiderio che essi incarnano, ed anche all’economia chiusa, tendenzialmente incestuosa, dei nuovi legami familiari, ma dall’altra incarna adesivamente questi stessi valori ed è un prodotto della sregolatezza di questo simbolico sociale degradato che vorrebbe arginare. Ecco l’epidemia anoressico-bulimica, ecco le abbuffate compulsive.
Questo libro molto prezioso raccoglie le testimonianze di un percorso di anni del suo autore, tra cui uno dei rari articoli che trattino in termini psicoanalitici il tema dell’obesità e alcuni contributi sull’Anoressia infantile e dell’adolescente.
Le questioni sono molte e molto complesse, però il testo riesce a restituire una visione unitaria del problema, con alcune proposte innovative sul tema della diagnosi. La nuova ‘pietra concettuale’ riguarda l’oggetto niente, ripreso più volte da Jacques Lacan a proposito della clinica dell’anoressia. L’approfondimento di questo oggetto nelle sue diverse declinazioni permette a D. Cosenza di integrare e arricchire le tesi sul rifiuto dell’Altro al cuore della diagnosi delle diverse forme di anoressia su cui si era incentrato il precedente lavoro: “Il muro dell’anoressia” del 2008.
Il problema della diagnosi
Ricordo che nel Campo freudo-lacaniano c’è sempre stata un’attenzione viva alla diagnosi: incentrata sulla distinzione tra sintomo e struttura, articolata alle modalità di funzionamento dell’inconscio, nelle sue declinazioni di nevrosi, psicosi e perversione. In controtendenza dunque con il neo-Krapelinismo dei manuali diagnostici tipo DSM, che riducono la diagnostica ad una pletora di aggregazioni sindromiche, di sintomi ridotti a pura declinazione fenomenologica. La lettura strutturale, invece, attribuisce, di volta in volta, al sintomo, una funzione particolare, in rapporto alla legge simbolica del Nome del Padre. Questa legge è operativa nella nevrosi dove è capace di regolare il reale del corpo e della pulsione anche se rimane un difetto, un inciampo di cui il sintomo testimonia.
Mentre nel campo delle psicosi quello che è in primo piano, è proprio la non operatività della struttura di cui testimoniano le imponenti manifestazioni sintomatiche, ad esempio i deliri corporei o di veneficio di certe anoressie psicotiche, tutte manifestazioni di uno sregolamento radicale delle pulsioni distruttive, e di una grande difficoltà ad arginarle.
I lavori di Ansermet e Férnandez Blanco sull’anoressia infantile, commentati da Domenico Cosenza, testimoniano di questa preoccupazione clinica e prognostica, che nel caso del neonato diviene una clinica molto fine quanto preziosa. Infatti il sintomo anoressico anche grave del neonato può essere la manifestazione attiva, oppositiva, di rifiuto dell’oggetto orale, dunque la manifestazione di un desiderio attivo di separarsi dall’Altro, riconducibile ad un ambito nevrotico. Mentre nelle forme di anoressia precoce passiva, dove abbiamo una difesa estrema da un godimento invasivo, è possibile intravedere un evoluzione psicotica grave o autistica del neonato, con un grave rischio vitale .
La diagnosi, dunque, non ha un interesse meramente teorico, ma serve ad orientare non solo la prognosi ma la stessa pratica clinica : incentrata sul lavoro di decifrazione del sintomo in caso di nevrosi e sul trattamento del godimento reale nel caso della psicosi. Nella nevrosi ai tempi di Freud il sintomo era un messaggio all’Altro, scritto sul corpo, camuffato ma in attesa di essere letto, in attesa di uno psicanalista che interpretandolo ne disinnescasse le manifestazioni.
Tutto al contrario della psicosi, dove la posizione di soggetto supposto sapere dell’analista, può incarnare una figura persecutoria, il soggetto si sente perseguitato dal sapere totalizzante dell’Altro. Si impone dunque una diversa direzione della cura, dove l’analista è piuttosto un partner del soggetto che un interprete dell’inconscio, e dove si lavora a portare una scalfittura proprio al sapere totalizzante sia del soggetto che dell’Altro.
I nuovi sintomi
Questo quadro classico che abbiamo ricordato, incontra un ulteriore livello di complessità nei cosiddetti “Nuovi sintomi della modernità” una nuova declinazione del sintomo contemporaneo, proposta da Jacques Allen Miller nel 2000, in cui va ricollocata l’epidemia dell’anoressia, e dove il sintomo assume un nuovo statuto e un nuovo modo di presentarsi, come un involucro omogeneo, uniforme e rigido, che perde la sua originalità, e che sembra ripetersi in tutte le strutture trasversalmente.
Queste nuove forme del sintomo costringono a ripensare la struttura stessa dell’inconscio non più semplicemente come qualcosa di interpretabile, di simbolizzabile, di cui il sintomo diviene il messaggio, portatore di una sofferenza che domanda di essere decifrata per ottenere sollievo. Ma qualcosa che contiene un nocciolo duro di indicibile, resistente all’azione della parola. Questo qualcosa è profondamente radicato nel soggetto, e corrisponde all’aspetto più pulsionale, più intimo, legato al corpo. Il muro, l’ostacolo all’azione terapeutica della parola è determinato da questo nocciolo di godimento, un godimento strano, paradossale fatto spesso di sofferenza a cui tuttavia il soggetto non può e non vuole rinunciare. Il sintomo contemporaneo, illumina una certa difficoltà di terminare le analisi già ai tempi di Freud, un residuo di godimento che era già presente nel sintomo. Adesso però i nuovi sintomi vi apportano una particolare densità, sono completamente ego-sintonici, non sono più portatori di quella conflittualità inconscia tra desiderio e senso di colpa che divideva profondamente il soggetto ai primi del 900. Come si vede nella tossicomania il sintomo non è portatore di una sofferenza che domanda di essere decifrata. In definitiva non parla più come ai tempi di Freud, non fa enigma. Non produce transfert. La parola si svuota di senso, di valore, di consistenza. Il sintomo si caratterizza per una spinta ad un godimento illimitato, che si autoalimenta, si auto-produce a circuito chiuso, essendo un godimento senza mediazione simbolica, né passaggio attraverso l’Altro della legge. Quindi questi sintomi non producono apertura ma chiusura dell’inconscio, fanno del soggetto qualcuno che Lacan ha definito, disabonato dall’inconscio, sostenuto da legami narcisistici, riflesso di una società che ha perso la bussola dell’ideale. Questo godimento puro, in sintonia con l’io, si evidenzia anche nell’anoressia, oggi considerata una tossicomania endogena. Un tentativo di trattare il godimento del corpo con una padronanza assoluta.
In conclusione, le nuove forme del sintomo eludono la dimensione conflittuale, stabilendo una sorta di matrimonio felice con la sostanza. Il sintomo tende ad abolire, ad escludere, a fare fuori ogni legame con l’Altro da cui l’inerzia particolare, la resistenza all’interpretazione che scuote le fondamenta della clinica psicoanalitica, insomma qui il rifiuto dell’Altro si fa radicale . Il che costringe a ripensare questa stessa pratica non più incentrata sul senso inconscio del sintomo, ma sul trattamento del godimento reale, senza senso, al cuore del sintomo stesso. A ripensare un trattamento preliminare che permetta al sintomo di diventare qualcosa di trattabile analiticamente.
Anoressia risposta-anoressia soluzione
L’anoressia incarna, dice Cosenza, la risposta nevrotica o psicotica del soggetto contemporaneo all’emergenza di un reale bruto, insostenibile, spinto all’eccesso nella società a capitalismo avanzato, dominata da un super-io che invita a godere senza limiti. Questi sintomi hanno un valore di soluzione per il soggetto, nel senso di una funzione di protezione paradossale, fatta, però, della stessa materia, della stessa stoffa del godimento pulsionale che vorrebbero regolare. Questa condizione di eccesso paradossale nelle pratiche anoressiche di controllo del cibo è al servizio della privazione, che assume la forma di una passione senza limiti, fuori misura.
Ritroviamo qui la forma devastante del godimento femminile nei termini elaborati da Lacan nel seminario XX, Ancora, un godimento Altro illimitato quando non è arginato dalla godimento ordinario a cui Lacan da il nome di godimento fallico. La passione della privazione si manifesta nel misurare, controllare anche la più piccola foglia di insalata. E ha, al tempo stesso, la funzione di negare, rifiutare il desiderio e ciò che c’è di imponderabile del legame con l’Altro e col corpo come Altro.
Il rifiuto anoressico ha al suo cuore proprio il rifiuto del sapere inconscio, un’importante riflessione di Lacan nel Seminario XXI: l’anoressica, proprio col suo conteggio infinito delle calorie, dei grammi di insalata, gode senza freni di uno pseudo-sapere desoggettivato, una pratica affermativa di godimento dell’Uno senza l’Altro e senza perdite. Ecco il modo in cui porta alla massima potenza il rifiuto del sapere inconscio, che è presente in fondo in ogni soggetto.
Questa nuova problematica del sintomo costringe ad affinare gli strumenti teorici.
La pulsione freudiana
Lacan infatti negli anni sessanta proprio sulla base alle urgenze della clinica approfondendo in modo inedito il suo registro del reale, ritorna scandalosamente al concetto di pulsione freudiana, una tensione all’interno dell’organismo che non ha niente a che fare col ciclo istintuale. Essa tende a ripetere, e a godere all’infinito, non dell’incontro con l’oggetto(per esempio il seno della madre), ma del fallimento dell’incontro. Procedendo da una perdita che innesca la ricerca, sempre carica di nostalgia dell’oggetto perduto, l’oggetto causa di desiderio, vitale e perturbante. Non così l’oggetto niente, enigmatico e paradossale che Lacan ha messo nel suo seminario XI nella bocca dell’anoressica, e che alimenta la sua passione della privazione. Non è che l’anoressica ‘non mangia niente’, dice Lacan, l’anoressica mangia, si nutre dell’oggetto niente, lo tiene serrato nella sua bocca, in funzione anti-dialettica, anti-desiderio. Dunque decisamente un oggetto più duttile a incarnare l’oggetto della psicosi e dei nuovi sintomi.
Trovo molto interessante un’osservazione dell’autore quando rileva che Il sintomo anoressico è convocato da Lacan ogni volta che vuole insegnare qualcosa di più, sulla struttura dell’inconscio. Per esempio l’oggetto niente, è un oggetto lacaniano esemplare che assume connotati diversi nel corso della sua ricerca.
L’oggetto niente ineffabile della domanda d’amore
Ricordo che negli anni 50 l’oggetto niente esemplifica l’oggetto d’amore per eccellenza: ultra-simbolico, immateriale. Proprio perché l’amore e il desiderio si nutrono di segni immateriali, di doni che vanno al di là anche dell’economia degli scambi simbolici come li intende Levi-Strauss, delle gerarchie tribali, dei legami di parentela. L’amore è fuori da ogni regola e da ogni legame istituito. L’unica formula, l’unica regola dell’amore è “dare ciò che non si ha”, dare la propria mancanza. In fondo il dono più prezioso è quello più inconsistente, ma il più difficile da donare.
La donna in particolare si sostiene, si nutre di questi segni immateriali del desiderio. L’isterica se ne fa addirittura la vestale, la vittima designata per testimoniare a tutto il suo entourage, l’importanza di tenere vivo il desiderio. Soprattutto quando l’Altro baratta l’amore con una manciata di caramelle o un troppo di cure, appiattendo la risposta ad una logica del bisogno ma tacendo sull’amore. Il no, il rifiuto dell’Altro in questi casi di anoressia, è il rifiuto dell’Altro asfissiante delle cure materne. Mentre l’oggetto niente è qui l’oggetto che incarna la domanda d’amore del bambino, il bambino si fa quest’oggetto, anche al rischio della propria perdita, per interrogare l’Altro(“puoi perdermi, quanto valgo per te?”).
L’anoressica nevrotica è dunque un’isterica all’ennesima potenza; che si fa la “camicazze” dell’oggetto niente, sfidando l’Altro al prezzo della propria vita .
La clinica del deserto
Ben diverso l’uso che Lacan farà dell’oggetto niente a partire dal 64 nel seminario XI e che Jacques-Alain Miller riprenderà nella sua clinica del deserto, qualcosa che sposta l’asse dell’anoressia su questioni legate ad una clinica più problematica, che pone sempre più frequentemente il problema diagnostico con la psicosi e con quelli che chiameremo i nuovi sintomi.
L’oggetto niente da una parte rappresenta l’oggetto pulsionale per eccellenza, il godimento autistico e paradossale della pulsione, che ritorna sempre su sé stessa, che però è costretta per soddisfarsi a intercettare l’Altro(la madre che offre il seno); dall’altra è un oggetto di un’inerzia speciale, una mancanza di vitalità che lo rende causa di non-desiderio, secondo la lettura che ne da J.-A. Miller, in Situations subjectives di déprise sociale. L’oggetto niente è capace di colonizzare tutti gli oggetti pulsionali(il seno,la voce,lo sguardo) con la funzione di anti-desiderio. Una caratteristica drammatica, più vicina alla negatività regressiva e distruttiva della pulsione di morte allo stato puro. Si ritrovano qui le prime osservazioni di Lacan del 1949, sul desiderio dell’anoressica di ritornare a una dimensione larvale, di essere reintegrata nel ventre materno.
Domenico Cosenza propone a partire da qui una nuova diagnostica strutturale dei DA, capace di spiegare l’inerzia speciale dei nuovi sintomi.
In questo prospettiva l’oggetto niente testimonia del fallimento del processo di sintomatizzazione della pubertà.
L’adolescenza e il velo sula pubertà
Questo è un termine centrale nel capitolo che Cosenza dedica all’Adolescenza. Il processo di sintomatizzazione indica quel processo complesso e faticoso che avviene alla pubertà, detto anche tempo della “costruzione del velo”. Di che velo si tratta’? Di quel velo che dovrebbe permettere di affrontare, inquadrare, simbolizzare l’incontro quanto mai complesso e problematico del soggetto con la pulsione. Quest’ultima è qualcosa che irrompe nel corpo, in questa fase delicata di transizione, determinando, anche a causa delle trasformazioni radicali del corpo (la comparsa dei caratteri secondari), qualcosa di enigmatico ed estraniante. La giovane, ci dice Cosenza, scopre, per la prima volta, di non essere un corpo, ma di avere un corpo; qualcosa che può piantare in asso ad ogni istante e che ha, per lo più, delle manifestazioni incontrollabili. Essa, dunque, deve trovare un nuovo linguaggio per nominarsi e nominare queste manifestazioni sconosciute. Deve soprattutto reiventare il corpo, deve riconfigurare, reinventare un’immagine libidizzata del nuovo corpo, anche se quest’ultimo rimarrà sempre in difetto rispetto alla propria immagine. Questo è, infatti, il destino del corpo immaginario incontrato nello specchio e già sperimentato nell’infanzia: creare un corpo libidizzato che a stento tiene insieme il corpo impotente, frammentato del bambino . Nel caso della giovane, per Lacan, si tratta di fallicizzare il corpo, di rivestirlo di quegli attributi atti a catalizzare il desiderio.
Questa operazione nell’infanzia come nell’adolescenza è un operazione sempre in bilico. L’immagine è sempre ambivalente, prima o poi cade, fallisce, tradisce, confronta all’impossibile unione con lo specchio.
L’adolescenza è dunque proprio questo tempo logico per costruire un nuovo legame coll’oggetto pulsionale, con un oggetto causa di desiderio rinnovato, che è stato rimesso in gioco dal risveglio della pubertà.
Il tempo della costruzione del velo è il tempo della costruzione delle rappresentazioni oniriche, delle rappresentazioni fantasmatiche della sessualità che permettono la fabbricazione della scena inconscia che deve orientare questo desiderio, sempre in modo singolare, particolare. Fantasie destinate a cadere ad ogni fallimento della vita amorosa e a rinascere, costruendo il percorso dialettico necessario dell’iniziazione sessuale.
Dunque l’adolescente deve fabbricarsi un nuovo “sintomo”, che altro non è che questa sorta di invenzione di un velo fantasmatico. Il termine sintomo sta a indicare che questa soluzione è sempre ambivalente, conflittuale e compromissoria; per Freud il sintomo è una formazione di compromesso tra istanze conflittuali. Qui il sintomo è sempre in bilico tra la legge dell’Altro e il desiderio del soggetto, che è però la condizione necessaria per entrare nel gioco della vita amorosa un po’ attrezzati. In questa chiave capiamo come il fallo un po’ magro a cui si riduce l’anoressica nell’isteria classica, serva a costruire una certa immagine, un certo rivestimento sui generis della femminilità che però è socialmente condiviso e idealizzato(le famose modelle anoressiche). Diviene un tentativo di abbigliare il corpo con un rivestimento fallico problematico che tuttavia le da degli attributi prelevati dal campo maschile, che la identificano come donna.
Il fallimento del processo di sintomatizzazione della pubertà
Tutto al contrario della legge super-egoica assoluta senza desiderio che domina l’anoressia, nelle forme più gravi della contemporaneità, che manifesta il fallimento del processo di sintomatizzazione della pubertà, a causa della precaria iscrizione nel registro fallico, ovvero della mancata costituzione di un immagine libidizzata. Essa si traduce in risposte alternative, eventi di corpo, fuori dialettica, che tendono a cristallizzarsi in insegna identitarie rigide, fuori dialettica. Qui l’oggetto niente assume delle articolazioni che prendono valenze diverse nelle diverse strutture addirittura opposte che ci mette in guardia verso manovre terapeutiche affrettate. Nella schizofrenia ad esempio, l’oggetto niente può avere una funzione di supplenza molto delicata, atta a tenere insieme le parti frammentate del corpo; mentre nella psicosi ordinaria lo stesso oggetto parassita tutto il corpo, riducendolo a un’inerzia fondamentale che va vivificata. Tutto ciò non può essere certo ridotto in poche righe.
Va però menzionata la particolarità interessante dell’isteria contemporanea, che fa un uso dell’oggetto niente in controtendenza con quella classica “freudiana”. Qui l’oggetto niente assume un peso pulsionale e di godimento molto invasivo, che rischia di nascondere la struttura, e di sovrapporsi, bloccandolo, al processo della domanda di cura e delle associazioni inconsce. E’ come se l’oggetto si piazzasse nella catena simbolica, paralizzandola, bloccandola, rendendo il sapere inconscio inoperante, disattivato. Determina ciò che Cosenza chiama: “il versante nirvanico inerziale presente nei primi tempi della cura”.
Ecco perché la cura ha la necessità di inventare nuovi percorsi preliminari, atti a spostare l’economia libidica del soggetto, da quest’azione inerziale, e a reintrodurre l’oggetto niente nella catena simbolica, riuscendo a valorizzarne, in modo seppure parziale il suo “statuto di significante puro della mancanza-a- essere”.